37° Rapporto annuale sulla situazione sociale del Paese
Qualità e quantità del lavoro: quale tendenza dopo la crescita?
E' forte la sensazione che per il nostro mercato del lavoro - sul piano reale - si stia aprendo una fase non positiva, che l'anno appena trascorso comincia a far intravedere, attraverso una serie di indicatori di segno univoco. Una prima evidenza deriva dalla comparazione delle performance del nostro mercato del lavoro con quelle degli altri paesi europei, rispetto ai quali ancora una volta l'Italia si distingue per avere caratteristiche complessivamente molto arretrate, sul piano della partecipazione, ma anche degli stessi livelli di occupazione.
Soprattutto si ha la sensazione che il lavoro creato non sia stato un "buon" lavoro sul piano della qualità. Ed in tempi di stagnazione, la qualità conta. L'occupazione che creiamo:
- è sempre meno autonoma, e questo significa che il nostro mercato del lavoro non potrà contare più su questa forma di impiego come bacino di compensazione per il lavoro non creato altrove.
- è stata sostenuta da qualche forma di sgravio contributivo: secondo i dati di un recente monitoraggio del Ministero del Lavoro, il 14,5% dei lavori dipendenti apparterrebbero a questa tipologia;
- non ha prodotto accumulazione di sapere e di competenze, ossia non ha innescato una relazione positiva nel rapporto fra le persone, la loro qualificazione e il loro posizionamento occupazionale;
- è soprattutto legata alla temporaneità: in Italia lavora a tempo il 9,8% degli occupati, di cui il 46% circa ha più di 36 anni, quindi è presumibilmente destinato a rimanere a lungo in questa condizione.
Dal 1998, anno in cui l'occupazione ha ripreso a crescere, il numero dei lavoratori è passato complessivamente da 20.435mila a 21.829, segnando un incremento del 6,8%, mentre quello dei disoccupati è diminuito del 21,2%; si tratta di un dato estremamente positivo e che tuttavia può essere ricondotto, più che ad una presunta maggiore mobilità ed apertura del mercato, ad un suo consolidamento funzionale.
Nello stesso arco di tempo, infatti, si sono significamente affievoliti i flussi di scambio tra sistema lavoristico e sistema sociale: è diminuito (-8,6%) il numero di persone che hanno fatto il loro ingresso nel mercato (passate da 1 milione 420 mila nel 1998 a 1 milione 298 mila del 2002) ed è parallelamente calato (-1%) anche quello di chi, nel corso dell'anno, è uscito, volontariamente o meno, dalla condizione di occupato (tav. 1). Con il risultato che l'effetto combinato delle due dinamiche, ha fatto complessivamente accrescere le possibilità di permanenza nel lavoro: se nel 1998, su 100 occupati risultavano nella stessa condizione dopo un anno il 93,8, nel 2002 la percentuale passava al 94,2%.
Tab. 1 - La cristallizzazione del lavoro e l'immobilismo del non lavoro
Fonte: elaborazione Censis su dati Istat, Ministero del Welfare, Ocse
| La recinzione dei canali di entrata nel lavoro
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| cresce la difficoltà a trovare un lavoro
| tra 1998 e 2002 le entrate nell'occupazione sono diminuite dell'8,6% passando da 1420 mila a 1298 mila
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| diminuiscono i rischi di perderlo
| tra 1998 e 2002 le uscite dall'occupazione sono diminuite dell'1% passando da 1214mila a 1202mila;
il tasso di permanenza nell'occupazione è passato, tra 1998 e 2002, dal 93,8 a 94,2
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| La cristallizzazione della disoccupazione
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| è sempre più difficile uscire dalla disoccupazione
| tra 1998 e 2002 le uscite dalla disoccupazione sono diminuite del 22,1% passando da 1283mila a 999mila
il tasso di permanenza nella disoccupazione è passato da 51,8 del 1998 a 53,9 del 2002
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| si prolungano i tempi di inattività
| l'incidenza dei disoccupati di lunga durata è cresciuta dal 61,4% del 1999 al 63,4% del 2002
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| aumenta la disaffezione verso il lavoro
| il numero
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| Il congelamento delle posizioni professionali
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| cresce apparentemente la mobilità del sistema …
| il tasso di rotazione (il rapporto tra i cambiamenti di lavoro o di tipologia lavorativa e lo stock di occupati) passa da 11,5 del 1998 a 13,5 del 2002, per effetto dell'incremento del numero di lavoratori temporanei
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| … tra consolidamento delle posizioni di privilegio…
| a tre anni di distanza, risulta nella stessa condizione professionale nel 2002 il 95% dei lavoratori a tempo indeterminato e gli autonomi
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| … e stabilizzazione del lavoro a tempo
| solo i lavoratori a tempo determinato sono risultati più dinamici: dopo tre anni il 47,6% riesce a trovare un'occupazione a tempo indeterminato;
ma la maggioranza tende a stabilizzarsi in questa condizione: a distanza di un anno, il 47,7% è ancora a tempo
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| la mobilità si orizzontalizza
| "solo" il 25,8% di quanti hanno cambiato lavoro negli ultimi tre anni lo ha fatto per crescere professionalmente
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| l'occupazione si cristallizza
| passa dal 6,4% del 1998 al 5,5% del 2002 la percentuale di occupati che cerca un altro lavoro
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Alla maggiore impermeabilità del mercato rispetto all'esterno, si è andata via via sommando anche la progressiva immobilizzazione delle posizioni interne al lavoro. Il nostro resta infatti un sistema ancora estremamente rigido, con bassi livelli di mobilità interna, e ciò malgrado sulla carta l'incremento del numero complessivo dei movimenti interni all'occupazione (il tasso di rotazione, vale a dire il rapporto tra i cambiamenti di lavoro o di tipologia lavorativa e lo stock di occupati ad inizio periodo è passato da 11,5 del 1998 a 13,5 del 2002) sembrerebbe dar ragione a quanti si attendevano dall'introduzione di maggiore flessibilità nel sistema anche una crescita della sua dinamicità interna (tav. 1).
A ben vedere infatti, l'unica componente mobile è quella dei lavoratori temporanei. Quella della cristallizzazione posizionale è peraltro una tendenza che sembra destinata a consolidarsi ancor di più, se è vero che, stando almeno alle intenzioni dichiarate, la domanda di mobilità professionale dei lavoratori italiani è in costante diminuzione: se nel 1998 cercava un'altra occupazione il 6,4% degli occupati italiani (vale a dire 1mln318mila), nel 2002 la percentuale scendeva al 5,5% (1mln194mila) (tab. 2).
Tab. 2 - Occupati in cerca di lavoro (val. %)
per sesso, settore e motivo della ricerca Fonte: elaborazione Censis su dati Istat
| Sesso
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| Maschi
| Femmine
| Totale
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| Motivi della ricerca di altro lavoro
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| Teme di perdere l'attuale occupazione
| 9,1
| 7,1
| 8,2
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| L'attuale occupazione è temporanea
| 22,2
| 25,5
| 23,7
|
| Cerca una seconda attività lavorativa
| 1,8
| 1,7
| 1,8
|
| Aspira a condizioni di lavoro migliori
| 58,9
| 56,8
| 57,9
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| Altri motivi
| 8,0
| 8,9
| 8,4
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| Totale
| 100,0
| 100,0
| 100,0
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| Occupazione ricercata
|
| Occupazione alle dipendenze
| 81,1
| 85,4
| 83,0
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| Occupazione in proprio
| 4,6
| 3,1
| 3,9
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| Senza preferenze 14,3
| 11,6
| 13,1
|
| Totale
| 100,0
| 100,0
| 100,0
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| Tempi di lavoro richiesti
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| Esclusivamente a tempo pieno
| 46,2
| 31,6
| 39,6
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| Esclusivamente a tempo parziale
| 0,9
| 11,3
| 5,6
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| Preferibilmente a tempo pieno
| 37,9
| 36,6
| 37,3
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| Preferibilmente a tempo parziale
| 4,5
| 11,7
| 7,7
|
| Qualsiasi orario
| 10,4
| 8,8
| 9,7
|
| Totale
| 100,0
| 100,0
| 100,0
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Insomma, che i lavoratori italiani siano effettivamente soddisfatti del loro lavoro o che più semplicemente siano affetti da una sindrome d'appagamento da status quo, fatto sta che diminuisce sempre di più la tensione al cambiamento.
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